martedì 13 aprile 2010

E la Navetta và


La Navetta "ViteNuove" , la nostra navetta che abbiamo acquistato e messo a disposizione delle persone che lasciano la macchina al parcheggio Zaccherini-Alvisi per recarsi all'interno del Policlinico S. Orsola-Malpighi, continua efficacemente a dare il servizio di trasporto tanto apprezzato e richiesto.
Il Ducato Fiat allestito per il trasporto di passeggeri, anche diversamente abili, è sempre più gettonato da chi deve recarsi nei padiglioni del Policlinico, anche per la grande riduzione dei posti di parcheggio interni alla struttura Ospedaliera a causa dei lavori per la realizzazione di nuovi padiglioni che continueranno per alcuni anni.
La direzione del Parcheggio Zaccherini-Alvisi, con cui abbiamo sottoscritto la convenzione per parcheggiare a prezzi calmierati e che abbiamo voluto fare estendere a tutte le Associazioni di Volontariato presenti all'interno del Policlinico, ha accolto il nostro suggerimento di convenzionare anche i dipendenti e operatori sanitari per il periodo dei lavori .

percorsi dal 01/01/2009 al 31/12/2009 KM 22.943


servizi effettuati

persone trasportate nel percorso parcheggio/policlinico 7.033

trasferimenti interni al Policlinico 1.682

servizi su chiamata 73

trasporti di persone diversamente abili (carrozzine) 59

sommano i servizi effettuati 8.847

Segnaliamo che all'interno della Navetta sono ancora disponibili spazi espositivi pubblicitari .




martedì 23 febbraio 2010

Fattori psicologici nel trapianto di cuore: quali i predittori di outcome avversi?


Alcuni report suggeriscono una correlazione tra lo scarso adattamento psicologico alla condizione di trapiantato di cuore e l’accresciuto rischio di outcome clinici avversi. Nonostante le implicazioni prognostiche e terapeutiche dell’argomento sul tema mancano ancora adeguati studi empirici.

Una ricerca italiana, pubblicata sulle pagine di Transplantation, analizza in maniera retrospettiva il valore predittivo di un set di variabili psichiatriche e psicologiche raccolte sia attraverso questionari di autovalutazione, sia attraverso un’osservazione di medio periodo condotta nei sei anni post-trapianto.

Lo studio, realizzato presso l’Ospedale Sant’Orsola di Bologna, ha preso in esame 95 pazienti trapiantatati di cuore indagandone lo stato di salute mentale e di benessere psicologico attraverso interviste strutturate (Clinical interview for DSM-IV, Diagnostic Criteria for Psychosomatic Research) e questionari dedicati. L’analisi veniva poi completata con l’inserimento di parametri socio-demografici e con la valutazione di alcune variabili cliniche quali insufficienza renale cronica, diabete, occorrenza di almeno un evento cardiaco, numero dei farmaci prescritti.Al principio dello studio 38 pazienti (40%) ricevevano una diagnosi di disturbo psichiatrico, classificato come da DSM-IV. Le diagnosi più frequenti erano quelle di disturbo depressivo maggiore (14,7%), e, a seguire, ansia generalizzata (6,3%), agorafobia (5,3%), disturbo d’adattamento (5,3%), sindrome ossessivo-compulsiva (4,2%), attacchi di panico (2,1%), fobia sociale (2,1%), ipocondria(1%). In 71 pazienti (74,7%) si osservava almeno un disordine psicomatico: irritabilità (34,7%) e demoralizzazione (31,6%) erano quelli a maggior incidenza.

Durante il periodo di studio 28 dei 95 pazienti (29,5%) morivano. Da analisi statistica le variabili psicometriche associate in maniera significativa a una minore sopravvivenza risultavano essere: depressione, mancanza di motivazione e di progettualità, aggressività/ostilità. Le tre variabili risultavano correlate ad aumento della mortalità per tutte le cause. Inoltre la presenza di sintomi depressivi risultava fortemente predittiva di rigetto acuto nei primi tre anni post-trapianto.

Alla luce di queste evidenze gli autori affermano che bisognerebbe agire con adeguati interventi psicoterapeutici e farmacologici sui fattori psichiatrici e psicologici che sono risultati fortemente influenti sulla qualità di vita in modo da migliorare gli outcome di medio e lungo periodo.



Bibliografia. Sirri L, Potena L, Masetti M. Psychological Predictors of Mortality in Heart Transplanted Patients: A Prospective, 6-Year Follow-Up Study. Transplantation, 2010

venerdì 29 gennaio 2010

Prevenire la morte improvvisa dei giovani atleti


Una proteina mutata è l'agente eziologico della cardiomiopatia aritmogena. Svelando la presenza della proteina sarà possibile salvare i portatori occulti.

Dei ricercatori padovani, diretti dal professor Gaetano Thiene, hanno messo a punto un nuovo test diagnostico per individuare la cardiomiopatia aritmogena, grazie all'identificazione di una proteina che predisporrebbe a questo disturbo.

Grazie ad un'analisi immunoistochimica condotta sul tessuto del cuore del vivente i ricercatori sono in grado di svelare la riduzione del segnale di plakoglobina, una proteina delle giunzioni intercellulari dei cardiomiociti, che risulta geneticamente alterata nei soggetti affetti dalla patologia.

La possibilità di diagnosticare con certezza la presenza di cardiomiopatia aritmogena nei portatori occulti permetterà di prevenire la morte improvvisa, modificando lo stile di vita, astenendosi dall'attività agonistica, e grazie ad una terapia farmacologica e non, come il ricorso ai defibrillatori.

Thiene spiega che "La plakoglobina è una proteina presente anche tra le cellule che compongono la pelle. Non escludiamo quindi in un prossimo futuro di poter individuare la presenza della malattia direttamente attraverso un'analisi della pelle atta ad evidenziare se vi sia quella alterazione genetica che sta alla base dello sviluppo della cardiomiopatia aritmogena".

lunedì 7 dicembre 2009

Una data importante per il cuore


il 3 Dicembre 1967, all’Ospedale Grote Schuur di Città del Capo, un giovane chirurgo sudafricano, Christian Barnard, appena 45enne, esegue un’operazione che fino ad allora era considerata praticamente impossibile: togliere il cuore malato di un uomo e sostituirlo con quello sano di un donatore. Barnard legherà così il suo nome al primo trapianto di cuore su un uomo eseguito al mondo. Il paziente è un sudafricano di 55 anni, Louis Washkansky, che sopravviverà per 18 giorni dopo l’intervento. La donatrice fu una ragazza di 25 anni, Denise Darvall, morta in seguito a un incidente stradale. Un mese dopo, i 2 Gennaio 1968, lo stesso Christian Barnard eseguirà un secondo trapianto, e questa volta il paziente, Philip Blaiberg, sopravviverà per 594 giorni. In ogni caso da quel momento si apre una nuova porta per la cardiochirurgia moderna. Oggi il trapianto di cuore è considerata un’operazione quasi “normale”. Il primo trapianto di cuore in Italia venne eseguito il 14 novembre 1985 a Padova, dall’équipe del professor Vincenzo Gallucci, che operò con successo sul mestrino Ilario Lazzari (scomparso nel 1992). Il donatore fu un ragazzo di 18 anni. Altri “pionieri” dei trapianti di cuore in Italia sono stati il prof. Mario Viganò, il prof. Lucio Parenzan, il prof. Angelo Meriggi ed il prof. Alessandro Pellegrini.Il primo intervento di Barnard era stato preceduto, nel 1964, dal tentativo di Hardy e Webbdi sostituire il cuore di un uomo con quello di uno scimpanzé. Ma il paziente sopravvisse solo poche ore all’intervento. Ancor prima di Barnard la tecnica operatoria di trapianto del cuore era stata messa a punto dall’americano Norman Shumway di Palo Alto, con oltre 800 operazioni compiute su animali. Ma Barnard fu comunque il primo ad applicarla con successo da uomo a uomo. Il primato e la fama di Barnard lasciarono però nell’ombra un altro protagonista di quell’impresa: un chirurgo che aveva affiancato lo stesso Barnard in quei primi storici interventi, con un ruolo tutt’altro che secondario, di cui però nessuno ha mai celebrato il nome… forse semplicemente perché non era un bianco, e quello di Barnard era ancora il Sudafrica dell’apartheid.

L’AIUTANTE NON LAUREATO E DIMENTICATO…Quell’uomo si chiamava Hamilton Naky. La sua è una storia incredibile: pur essendo stato un protagonista fondamentale dei primi trapianti di cuore, è morto a 79 anni con una pensione da giardiniere (226 euro al mese) del principale ospedale di Città del Capo, nonostante fosse stato uno dei migliori chirurgi di quello stesso ospedale e l’assistente prediletto di Christian Barnard, che sul letto di morte disse “Come tecnico era migliore di me!”.

Ma tutto quel valore doveva restare segreto, e lo stesso Naki fece di tutto perché lo restasse. Per due motivi: perché era un uomo di colore nel Sudafrica dell’apartheid, e soprattutto perché… non aveva la laurea in medicina.

Naki era un totale autodidatta, dotato comunque di un’incredibile abililità operatoria. Abilità che aveva affinato nei laboratori dell’ospedale, quando era un semplice inserviente, incaricato di assistere agli interventi scientifici su animali. Studiando da solo, frequentando i medici dell’ospedale, ottenendo la loro fiducia fino al punto di farsi affidare i ferri chirurgici per operare sugli animali, Naky era giunto ad elaborare sue tecniche per trapiantare fegato e cuori sui cani. Poi incontrò Barnard, di ritorno da un corso di perfezionamento sulla chirurgia a cuore aperto, e da quel momento nacque un sodalizio umano e professionale che non si sciolse mai. Dopo i primi trapianti di cuore il volto di Barnard divenne famoso in tutto il mondo, ma quello del suo assistente nero nessuno lo vide mai (del resto come si poteva annunciare che nell’equipe che aveva realizzato quelle prodigiose operazioni aveva operato anche un “non laureato”?!). Il segreto di Naki, la mancanza della laurea, del resto doveva essere mantenuto anche per consentire allo stesso Naki di continuare a lavorare ed operare nello stesso ospedale. Nel 2002 Hamilton Naki ottenne un parziale risarcimento morale: gli venne attribuita la più importante onorificenza del Sudafrica. A chi gli chiedeva cosa aveva pensato della sua fama oscurata per tutto quel tempo, Naki serafico rispose:

A quei tempi le cose andavano così, e tutti continuarono a dire che ero l’uomo delle pulizie”.